mercoledì 26 aprile 2017

JAN FABRE - ABBAZIA DI SAN GREGORIO - VENEZIA


JAN FABRE
GLASS AND BONE SCULPTURES 1977-2017

Evento collaterale della 57. Esposizione Internazionale d’Arte - La Biennale di Venezia

VENEZIA - ABBAZIA DI SAN GREGORIO

DAL 13 MAGGIO AL 26 NOVEMBRE 2017

La mostra presenta, per la prima volta insieme, oltre 40 opere in vetro e ossa, realizzate dall’artista belga in un quarantennio di lavoro, tra il 1977 e il 2017, che innescano una riflessione filosofica, spirituale e politica sulla vita e la morte attraverso la centralità della metamorfosi.

A cura di

Giacinto DI PIETRANTONIO, Direttore GAMeC, Bergamo

Katerina KOSKINA, Direttore EMST, Atene

Dimitri OZERKOV, Responsabile del Dipartimento di Arte Contemporanea del The State Hermitage Museum, San Pietroburgo

Jan Fabre torna a Venezia, con un progetto inedito, appositamente studiato per gli spazi dell’abbazia di San Gregorio, situata tra il ponte dell’Accademia e la punta della Dogana.

Evento collaterale della 57. Esposizione Internazionale d’Arte - La Biennale di Venezia, dal 13 maggio al 26 novembre 2017, la mostra Jan Fabre. Glass and Bone Sculptures 1977-2017, curata da Giacinto Di Pietrantonio, Katerina Koskina e Dimitri Ozerkov, promossa dalla GAMeC - Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Bergamo, in collaborazione con EMST – National Museum of Contemporary Art di Atene e The State Hermitage Museum di San Pietroburgo, presenta oltre 40 sculture di Jan Fabre (Anversa, 1958), in grado di ripercorrere la sua ricerca fin dalle origini, innescando una riflessione filosofica, spirituale e politica sulla vita e la morte attraverso la centralità della metamorfosi.

Per la prima volta, saranno riuniti insieme lavori in vetro e ossa, realizzati nell’arco di un quarantennio, tra 1977 e il 2017.

Affascinato dall’alchimia e dalla memoria dei materiali, Jan Fabre si è ispirato alla tradizione pittorica dei maestri fiamminghi che erano soliti miscelare ossa triturate con i pigmenti colorati e all’artigianalità dei vetrai veneziani. L’artista ha deliberatamente scelto questi due materiali duri, che sono forti a dispetto della loro delicatezza e fragilità, per mettere in risalto la durezza e la fragilità della vita stessa.

“La mia idea filosofica e poetica - ricorda Jan Fabre – che riunisce assieme il vetro con le ossa umane e animali, nasce dal ricordo di mia sorella che da bambina giocava con un piccolo oggetto di vetro. Questo mi ha fatto pensare alla flessibilità dell’osso umano in confronto con quella del vetro. Alcuni animali e tutti gli esseri umani escono dal grembo materno come il vetro fuso esce dal forno di cottura. Tutti possono essere modellati, curvati e formati con un sorprendente grado di libertà”.

I due materiali modellano parti e insiemi di corpi umani e animali: a volte, questi mantengono la loro naturalezza cromatica; altre volte, sono dipinti con il colore blu tipico della penna a sfera Bic che l’artista usa da anni per raccontare l’Ora Blu, ovvero quel momento crepuscolare in cui avviene il passaggio dalla notte al giorno o viceversa, che segna il punto di confine e di mutamento del tempo naturale.

“Infatti - afferma Giacinto Di Pietrantonio - al titolo Glass and Bone, potremmo aggiungere Blue Bic Ink. La materia, nel lavoro di Fabre, non è celebrata in senso fenomenico, ma è usata come messaggera di arcane simbologie connesse con la sua essenza stessa. Nella sua ricerca, Fabre non persegue un’arte che valuta la storia come prodotto del presente, ovvero della sociologia, quanto come lotta che si dispiega all’interno di una materia la cui memoria si è dissolta nelle profondità del tempo”

La dialettica tra ossa e vetro, che è poi quella che s’instaura, ad esempio, tra durezza e fragilità, tra opacità e trasparenza, tra ombra e luce, tra tangibile e intangibile, tra vita e morte, è al centro della poetica di Fabre. Quella dell’artista fiammingo è un’arte che ruota attorno all’instabile stato della metamorfosi e ai cambiamenti nel flusso dell’esistenza. Come il vetro, anche le ossa non sono indistruttibili. Al pari del vetro, le ossa si spezzano mostrando la fragilità e precarietà umana.

“Le sculture in vetro e ossa di Jan Fabre – dichiara Katerina Koskina – sono una tacita allusione alla brevità della vita sulla terra e alla nostra mortalità. Allo stesso modo, la connessione tra ossa e vetro allude alla fragilità e alla caducità dell’esistenza umana. Le ossa e la lucentezza del vetro, rispettivamente simboli di morte e di opulenza, condividono la precarietà della vita umana che ha solo un breve sprazzo di tempo nel quale godere della bellezza prima che il corpo si trasformi in uno scheletro”.

Dal canto suo, Dimitri Ozerkov sottolinea che “Fabre cristallizza sia le ossa che il vetro e li rende sacri. E fa lo stesso con l’esistenza umana nella sua mistica presenza temporale nella realtà, guidata dall’immaginazione. Per lui, l’immaginazione artistica è la prova più evidente dell’esistenza umana, e la trova da qualche parte, tra le ossa e il vetro, tra il corpo e l’anima”.

 Lungo tutta la sua carriera, Fabre si è sempre confrontato con questi due materiali; fin dal 1977, quando realizzò The Pacifier, un ciucciotto realizzato in osso, ma avvolto da schegge di vetro che non può essere usato a meno che non ci si voglia ferire. E di vetro era l’altare primitivo di ossa umane di The Future Merciful Vagina and Phallus (2011) sulla cui sommità c’erano un osso pelvico e un fallo.

Nella ricerca di Jan Fabre, le ossa si associano alla morte. Nella Pietas, presentata durante la Biennale d’Arte del 2011 alla Nuova Scuola Grande di Santa Maria della Misericordia a Venezia, che riproduceva in scala 1:1 la Pietà di Michelangelo, il volto della Madonna era stato sostituito da un teschio, immagine della morte.

Jan Fabre (Anversa, 1958). Note biografiche

Per oltre 35 anni, Jan Fabre è stato uno delle più innovative e importanti figure del panorama dell'arte contemporanea internazionale. Come artista visivo, sceneggiatore teatrale e autore, Fabre riflette sulla vita e la morte, sulle trasformazioni fisiche e sociali, oltre che sulla rappresentazione crudele e intelligente di animali ed esseri umani. Jan Fabre è stato il primo artista vivente a tenere una grande mostra al Museo del Louvre di Parigi (L'ange de la Métamorphose, 2008) e al Museo di Stati di San Pietroburgo (Knight of Despair / Warrior of Beauty, 2016-2017).



Jan Fabre, Canoe (1991) Size: 177,5 cm x 638,3 cm x 220 cm Techn: Murano Glass, Animal and Human Bones, Bic Ink, Polymeers Behind from left to right:
 
Jan Fabre, Detail of Untitled (Bone Ear) (1988) Size: 180 cm x 250 cm Techn: Glass, Human Bones, Bic Ink Photographer: Pat Verbruggen Copyright: Angelos bvba
 
Ja Fabre, Listen (1992) Size: 17,3 cm x 10,1 cm x 13,4 cm Techn: Glass, Bic Ink, Human Bones, Plaster Photographer: Pat Verbruggen Copyright: Angelos bvba

 Jan Fabre, Monk (Paris) (2004) Size: 163,3 cm x 79,1 cm x 49,1 cm Techn: Human Bones, Iron Wire Collection: Courtesy Gallery Daniel Templon, Paris--‐Brussels Photographer: Pat Verbruggen Copyright: Angelos bvba

Jan Fabre, The Pacifier (1977) Size: 6,8 cm x 6,8 cm x 9,8 cm Techn.: Glass, Human Bones, Bic Ink, Wood Photographer: Pat Verbruggen Copyright: Angelos bvba


JAN FABRE. GLASS AND BONE SCULPTURES 1977-2017

Evento collaterale della 57. Esposizione Internazionale d’Arte - La Biennale di Venezia

Venezia, Abbazia di San Gregorio (Dorsoduro 172)

La mostra sarà aperta al pubblico dal 13 maggio al 26 novembre 2017

Orari: 11.00-19.00

Ingresso libero

Catalogo: Forma edizioni

 

 

domenica 23 aprile 2017

Raimondo Bonamici, cataloghi 2016 – 2017



 
Cataloghi  esposizioni,  multipli,  2016 – 2017

 
 

MAURO NAVARRA - Schizzi di luce.


MAURO NAVARRA
Schizzi di luce

Dal 22 Aprile al 13 Maggio 2017
Emystudio
Via Costanzo Casana, 260
Ostia lido, Roma


 
Visioni di luce 
Quando piove su lamiera ondulata, quel ticchettio può diventare musica. Quando una lamiera ondulata chiude un passo investita  dalla luce, può assurgere a opera d’arte?  Si

 A questo mira Navarra. Egli stesso ci racconta: “… in realtà l’incontro tra luce e la superficie metalliche ò tutt’altro che banale. La luce entra nelle pieghe, ne attraversa i buchi, incespica sui graffi, si sporca di terra e di colore …”
 
Fu proprio nel Rinascimento che alcuni studiosi estesero il concetto di casualità e si scoprì allora il significato che gli attribuiva Platone, cioè il “ricettacolo” della materia informe che è all’origine del mondo. Primo fra tutti fu Leonardo che si dedicò all’indagine su ciò che appare indistinto, senza regole, che però può essere di stimolo alla creazione: “ Non isprezzare questo mio parere, nel quale ti si ricorda che non ti sia grave il fermarti alcuna volta a vedere nelle macchine de’muri, o nelle ceneri del fuoco, ne’ quali, se ben saranno da te considerati, tu troverai invenzioni mirabilissime, che destano l’ingegno del pittore a nuove invenzioni …” ( tratto della pittura). Navarra coglie in pieno la lezione di Leonardo. Egli, da buon fotografo, scopre le ondulate lamiere arrugginite, inizia ad esplorare, ne costruisce intorno uno spazio mentale, sfrutta una luce scegliendo un punto di vista privilegiato e... clik! E’ chiaro che quello che si può fare con la macchina fotografica non si può fare con nessun altro strumento, ma la fotografia ti porta a fare delle scelte in certi particolari momenti e in certe situazioni limite. L’oggetto a cui Navarra mira è una traccia come l’orma del piede sulla sabbia in riva al mare: può perdersi in un solo istante. Egli coglie tutte le sfumature possibili che la frontalità gli nega e la ritrova con sgargianti giochi di colore. Un raggio di luce, sui percorsi curvi, devia la sua traiettoria per rifrazione, ma accade che la luce rimane intrappolata nella scannellatura della lamiera e riflessa dalla superficie più alta con indice di rifrazione diversa; questo comporta, nella complessità della situazione, un adattamento continuo e veloce, una padronanza della tecnica fotografica, complimentata dalla sensibilità di operare delle scelte. Sogni pensieri, visioni e miraggi sono evocati; in un attimo si passa dalla realtà al surreale, dall’ esistenza del mondo che conosciamo, alla vita nel sogno, dalla percezione della nostra condizione umana all’utopia. Il nostro cervello è in grado di vivere due esistenze: in una siamo protagonisti e nell’altra rimaniamo governati dai suoi capricci fantastici. E’ in questo girovagare del nostro cervello, dall’esistenza reale a quella onirica che si forma il nostro bagaglio di esperienza, tra vissuto concreto e immaginazione. Ed è proprio la capacità immaginativa che ci illustra l’opera di Navarra attraverso la sua fotografia. Navarra è un giovane di grande sensibilità e la sua ricerca ci dona una visione del mondo reale al limite della realtà stessa, dove le immagini sono convogliate al dominio della fantasia; egli non rappresenta l’oggetto, ma l’impulso poetico col quale traduce in linguaggio visivo il suo sentire, le emozioni, il mondo interiore. Ne deriva, così, il rapporto molto stretto tra immagini e le sensazioni provate dall’autore, e il fruitore - ponendosi davanti ad esse - non può non restare affascinato dal colore dalle forme astratte realizzate.

Questa mostra evidenzia più funzioni: può essere intesa dall’amatore d’arte come raccolta di opere. Può essere guardata dall’amatore di fotografia come una splendida raccolta di foto. Può essere letta, alternativamente, come raccolta di confessioni d’arte di vita dell’autore, a scelta. Infine, può diventare un discorso che va al di là della personalità in gioco, perché investe sia il problema estetico che il valore della fotografia.

Haebel - marzo 2017
 



 
EMYSTUDIO, Via Costanzo Casana, 260 - 00121 Ostia Lido - Roma

Orario 10,30/12,30 - 16,30/19,30

 Tel.06/5694890
 

martedì 11 aprile 2017

ALFREDO PIRRI - MACRO Testaccio - ROMA


 
12/04 - 04/06/2017

Alfredo Pirri - i pesci non portano fucili

 MACRO Testaccio - Roma


Padiglione B
Prima antologica dedicata ad Alfredo Pirri, artista nato a Cosenza nel 1957 e che vive e lavora a Roma ormai da molti anni. Il suo lavoro spazia tra pittura, scultura, lavori su carta e opere ambientali.
Quella del Macro Testaccio rappresenta la tappa conclusiva del progetto I pesci non portano fucili, un viaggio all’interno dell’opera, del pensiero e della ricerca dell’artista che è iniziato nel novembre 2016 con la prima mostra RWD / FWD, allestita presso lo Studio/Archivio dell’artista. Il titolo del progetto è stato scelto dallo stesso Pirri in omaggio all’opera The Divine Invasion di Philip K. Dick (1981), in cui l’autore immagina una società disarmata e fluida come il mare aperto dentro il quale immergersi e riemergere dando forma ad avvenimenti multiformi. Tutto il progetto viene proposto come un nuovo possibile modello di rete culturale, fortemente sostenuto da Pirri, in cui ogni istituzione coinvolta è autonoma ma in costante dialogo con le altre.
L’esposizione riunisce 50 opere tra le più importanti e significative realizzate dall’artista nel corso della sua carriera dagli anni ‘80 ad oggi, sottolineando l’alternarsi ritmico di fluidità e fissità, dove i repentini mutamenti di tecnica diventano allegoria di un tempo mentale, scandito dagli elementi che da sempre contraddistinguono la ricerca dell’artista: lo spazio, il colore e la luce.
“Questa mostra, come afferma il curatore Ludovico Pratesi, permette una lettura completa e ragionata della complessità della ricerca di Alfredo Pirri, attraverso un itinerario espositivo strutturato come un’opera in sé. Lo spazio del Macro Testaccio viene interpretato dall’artista in maniera da sottolineare le componenti fondamentali del suo pensiero, per invitare il visitatore a condividere un’esperienza immersiva giocata sull’armonia tra spazio, luce e colore”.
La mostra si snoda attraverso un percorso articolato in cui il tema della città, intesa non solo come agglomerato urbano ma come spazio aperto, luogo di condivisione e di incontro, è declinato in varie sfaccettature, attraverso una profonda rielaborazione dello spazio architettonico stesso e qui diviso in due sezioni principali.
Apre la mostra l’opera che l’artista ha realizzato nei mesi di ricerca all’interno del laboratorio allestito alla Nomas Foundation: Quello che avanza (2017), prosecuzione dello studio sulla luce e il colore che da sempre caratterizza la sua poetica. Costituito da 144 stampe, il lavoro è frutto di una ricerca sulla tecnica della cianotipia, che consente di realizzare immagini fotografiche off-camera di grandi dimensioni, caratterizzate da intense variazioni di blu. Di queste stampe, 130 testimoniano le fasi di lavorazione di un’opera e i residui da essa prodotti, mentre 14 sono il risultato di una procedura unica, che vede l’uso di piume appoggiate direttamente a impressionare i fogli preparati con sostanze chimiche ed esposti ai raggi UV.

Tra le altre opere scelte, Gas (1990), lavoro che combina elementi concettuali e minimalisti, capace già nel titolo, di evocare una materia invisibile che attraversa e riempie lo spazio circostante; le Squadre plastiche (1987-88), con la loro immobilità di testimoni mute e contemporaneamente la loro pittura che si riverbera sulla parete come energia viva; Verso N (2003), installazione in cui i frammenti costruiscono un orizzonte immaginario, un paesaggio spirituale attraversato da fasci di luce che si irradiano nello spazio riflettendo i colori della pittura; La stanza di Penna (1999), costituita da copertine di libro disposte in modo da creare uno skyline urbano, paesaggio bagnato da una luce diffusa che ricorda i colori del tramonto.
A fare da raccordo tra le due sezioni l’opera Passi, che assume la valenza di una soglia. Si tratta di un’installazione site specific costituita da pavimenti di specchi che si frantumano sotto i passi dell'artista e dell'osservatore, creando narrazioni deformate che promuovono un dialogo dialettico con lo spazio circostante, la sua natura e la sua storia.
Come spiega la curatrice Benedetta Carpi de Resmini: “Alfredo Pirri ha sperimentato negli anni molteplici linguaggi espressivi spaziando dalla pittura alla scultura, dal video alla performance, ma è soprattutto la sua concezione del rapporto spazio – temporale, mediato dal lavoro che genera l’opera, che si presenta allo spettatore come una palingenesi: una nuova visione della realtà e della città. Lo spazio architettonico si trasforma così in supporto-tela su cui Pirri “dipinge” vuoti e pieni, luci e ombre, in una meditata metamorfosi che ne esalta i valori cromatici, concettuali e simbolici “.


Alfredo Pirri è nato a Cosenza nel 1957 ma vive e lavora a Roma ormai da molti anni. Il suo lavoro spazia tra pittura, scultura, lavori su carta e opere ambientali. Il suo linguaggio evidenzia una continua attenzione allo spazio, alla superficie, al colore, creando dei veri e propri ambienti di luce. Ogni opera diventa un luogo spaziale, emozionale e temporale, dove l'osservatore ha la possibilità di entrare per immergersi in esperienze cromatiche che lo destabilizzano e lo disorientano. Collabora con architetti per la realizzazione di progetti multidisciplinari, in cui arte e architettura dialogano in modo armonico.

A corredo dell’intero progetto sarà pubblicato un catalogo edito da Quodlibet con testi inediti di: Benedetta Carpi De Resmini, Maria Vittoria Marini Clarelli, Ilaria Gianni, Soko Phay, Ludovico Pratesi, Paola Tognon, Stefano Velotti e una conversazione tra Hou Hanru e Alfredo Pirri.

Curatori Benedetta Carpi De Resmini e Ludovico Pratesi


 
 
 
 
 
 
 

 Luogo
MACRO, MACRO Testaccio
Orario
Dal 12 aprile al 4 giugno 2017
Mar-dom ore 14.00-20.00
Chiuso lunedì
La biglietteria chiude 30 minuti prima
Biglietto d'ingresso
MACRO Testaccio
- Intero: € 6,00
- Ridotto: € 5,00
Per i cittadini residenti nel territorio di Roma Capitale (mediante esibizione di valido documento che attesti la residenza):
- Intero: € 5,00
- Ridotto: € 4,00

MACRO Via Nizza
- Intero: € 11,00
- Ridotto: € 9,00
Per i cittadini residenti nel territorio di Roma Capitale (mediante esibizione di valido documento che attesti la residenza):
- Intero: € 10,00
- Ridotto: € 8,00
Biglietto cumulativo MACRO Via Nizza + MACRO Testaccio (valido 7 gg. per 1 solo ingresso a sito)
- Intero: € 13,50
- Ridotto: € 12,50
Per i cittadini residenti nel territorio di Roma Capitale (mediante esibizione di valido documento che attesti la residenza):
- Intero: € 12,50
- Ridotto: € 11,50

Informazioni  Tel. +39 060608 (tutti i giorni ore 9.00-19.00)
 











PIETRO FORTUNA - S.I.L.O.S - MACRO Testaccio - ROMA


12/04 - 04/06/2017

PIETRO FORTUNA  - S.I.L.O.S

 MACRO Testaccio - ROMA

Padiglione A
Il progetto vuole ricostruire il percorso dell’artista, nato a Padova nel 1950 e residente tra Roma e Bruxelles, proponendo una lettura antologica di temi e modalità fondanti del suo lavoro. Non si tratta di una rassegna cronologica, ma di un osservatorio che mette in luce come per Pietro Fortuna il processo e l’ideazione siano sempre stati preminenti rispetto all’esito.
Nel ciclo di opere esposte (raccolte sotto il titolo di S.I.L.O.S, del 2017, tutte realizzate appositamente per questa occasione) si condensa il senso del fare come prassi e come nucleo teorico, come rivendicazione di autonomia, come possibilità, e diritto, dell’arte a essere improduttiva.
“L’arte è profezia e non previsione”, dichiara l’artista, e tutto quello che accade rispetto all’opera accade senza progetto (cioè senza un sentimento di attesa rispetto a un compimento futuro), nel suo manifestarsi come forma del divenire: senza quel finalismo che caratterizza la produzione, non solo culturale, contemporanea. Come scriveva nel 1995 Rocco Ronchi, a proposito del lavoro di Fortuna, è “a questa loro sorprendente indipendenza dal tempo che tali forme del fare devono quel loro senso di quiete, di perfezione e di inutilità che infondono nell’osservatore”.
L’umanesimo di Fortuna si distanzia da quell’individualismo che si realizza nella dialettica tra interrogazione privilegiata e risposte necessarie. Forse in questo si trovano le ragioni del suo pensiero: il fare coincide con il tempo e lo spazio per una cerimonia più vicina alla vita, a come questa si mostra. “Il fare, qui come altrove,” scrive ancora Ronchi “è un gesto compiuto che non domanda nulla al tempo, pur impiegandolo.”

 Pietro Fortuna nasce a Padova nel 1950 e vive tra Roma e Bruxelles. Studia architettura e filosofia e ancora giovanissimo collabora a importanti realizzazioni sceniche per il San Carlo di Napoli, La Scala di Milano e la Fenice di Venezia.
Negli anni ‘80 è presente alla XVI Biennale di San Paolo, alla Galleria Comunale d’Arte Moderna di Bologna, a Ville Arson a Nizza, al Kunstler House a Graz, al Frankfurter Kunstverein, alla XII Biennale di Parigi. Negli anni ’90 realizza nuovi cicli di opere con installazioni e lavori di grande formato con cui è presente al Palais de Glace di Buenos Aires, alla Galleria d’Arte Moderna di San Marino, al Museo d’Arte Moderna di Bogotà, alla Galleria Comunale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, a Le Carré Musée Bonnat di Bayonne e al Museo Pecci di Prato. Negli stessi anni fonda Opera Paese un luogo per la cultura in cui s’incontrano importanti figure dell’arte, della musica, e del pensiero, da Philip Glass a Jan Fabre, da Pistoletto a Kounellis, da Carlo Sini a Kankeli. Negli ultimi anni seguono altre personali al Watertoren Centre for Contemporary Art di Vlissingen, alla XII Biennale Internazionale della Scultura di Carrara, al Tramway di Glasgow, alla Fondazione Morra di Napoli, al Macro di Roma, al Marca di Catanzaro, alla Quadriennale di Roma e alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma.

 Curatore  Pietro Gaglianò







 
 
 

 Luogo
MACRO, MACRO Testaccio
Orario
Dal 12 aprile al 4 giugno 2017
Mar-dom ore 14.00-20.00
Chiuso lunedì

La biglietteria chiude 30 minuti prima
Biglietto d'ingresso

MACRO Testaccio
- Intero: € 6,00
- Ridotto: € 5,00
Per i cittadini residenti nel territorio di Roma Capitale (mediante esibizione di valido documento che attesti la residenza):
- Intero: € 5,00
- Ridotto: € 4,00

 MACRO Via Nizza
- Intero: € 11,00
- Ridotto: € 9,00
Per i cittadini residenti nel territorio di Roma Capitale (mediante esibizione di valido documento che attesti la residenza):
- Intero: € 10,00
- Ridotto: € 8,00

 Biglietto cumulativo MACRO Via Nizza + MACRO Testaccio (valido 7 gg. per 1 solo ingresso a sito)
- Intero: € 13,50
- Ridotto: € 12,50
Per i cittadini residenti nel territorio di Roma Capitale (mediante esibizione di valido documento che attesti la residenza):
- Intero: € 12,50
- Ridotto: € 11,50

Informazioni
Tel. +39 060608 (tutti i giorni ore 9.00-19.00)





mercoledì 5 aprile 2017

SAM HAVADTOY A PALAZZO BEMBO - VENEZIA




In occasione della 57° Biennale d’arte di Venezia

DAL 13 MAGGIO AL 26 NOVEMBRE 2017

A PALAZZO BEMBO - VENEZIA

LA MOSTRA

SAM HAVADTOY


L’esposizione presenta 7 opere inedite di una delle personalità più interessanti e originali della scena newyorkese degli anni ’70-’80.
Il percorso espositivo ruota attorno a 3 sculture raffiguranti il busto di Stalin che si trasforma in Pinocchio e 4 porte decorate, una delle cifre più riconoscibili del suo lavoro, dove per la prima volta appaiono delle scritte.
Dal 13 maggio al 26 novembre 2017, in occasione della 57° Biennale d’Arte, Palazzo Bembo di Venezia ospita la personale di Sam Havadtoy, 18 - 17, parte del progetto PERSONAL STRUCTURES - Crossing Borders, organizzato da European Cultural Centre, che presenta sette opere inedite di uno degli artisti più interessanti e originali della scena newyorkese tra gli anni Settanta e Ottanta.
Sam Havadtoy, nato a Londra nel 1952, cresciuto nell’Ungheria post 1956, trasferitosi negli Stati Uniti nel 1972, dove ha iniziato a lavorare come arredatore d’interni, ha vissuto da protagonista sul palcoscenico di quella straordinaria stagione creativa, sviluppatasi nella seconda metà del Novecento a New York. In questi anni ebbe modo di conoscere e diventare intimo amico di John Lennon, Yoko Ono - di cui divenne compagno, dopo la tragica scomparsa del musicista inglese - e di altre personalità quali Andy Warhol, Keith Haring, Jean-Michel Basquiat, Jasper Johns, Robert Rauschenberg, John Cage e molti altri.
Nella storica residenza sul Canal Grande, a pochi passi dal ponte di Rialto, Havadtoy esporrà quattro porte decorate, sulle quali compaiono, per la prima volta delle scritte (Only want your body; Only want your money; Never explain; Never complain).
In questi lavori, si respira una forte evocazione sociale e politica, in particolare, Havadtoy si concentra su come il concetto di democrazia liberale sia aggressivamente sfidata in ogni parte del pianeta. Non è un caso che il fulcro ideale della rassegna siano tre busti di Iosif Stalin che, in sequenza, si trasformeranno nell’immagine del personaggio collodiano di Pinocchio.
Quello della porta, che di per se stessa, riveste un forte significato simbolico, così legato all’idea di passaggio, di collegamento tra passato e futuro, è un tema particolarmente presente nella cifra espressiva di Sam Havadtoy, perché richiama fatti della sua vicenda biografica. Lo stesso artista ricorda che, all’età di nove anni, fuggito insieme alla madre e al fratello minore dalla casa paterna, era solito dormire in una piccola stanza dove il letto era composto da una porta, colorata di verde scuro, appoggiata su dei mattoni. “Ho sempre amato l’idea di trasformare le porte in opere d’arte. Lo so, nulla di nuovo, soprattutto, in Italia dove esistono molte porte create da grandi artisti; penso alla Porta del Paradiso per il Battistero di San Giovanni a Firenze di Michelangelo. Mi sono posto con grande umiltà davanti a questi capolavori e ho prodotto porte che raccontassero diversi periodi della mia vita”.
Altra caratteristica del lavoro di Sam Havadtoy è l’utilizzo del merletto, materiale insolito per l’arte contemporanea, ma il cui impiego trova riscontro nella memoria dei popoli dell’est Europa dove proprio il merletto intrecciava associazioni complesse con classe, religione, storia e moda e che in laguna ha uno dei centri di produzione più rinomati in Italia.
Nella sua pratica artistica Havadtoy incolla frammenti di pizzo sulle sue opere; quindi, strato dopo strato li ricopre di colore, in modo che il gioco di vuoto e pieno che si crea, diventi l’elemento strutturale dell’immagine che ne risulta.

Note biografiche
Sam Havadtoy è nato nel 1952 a Londra da una famiglia ungherese. Rientrata in Ungheria nel 1956, non le fu più concesso di ritornare in Inghilterra. Nel 1971, Sam emigrò illegalmente in Inghilterra attraverso la Yugoslavia. Un anno più tardi, nel 1972, si stabilì negli Stati Uniti.
Nel 1978 fondò il Sam Havadtoy Gallery and Interior Design Studio, e divenne amico intimo di Yoko Ono, John Lennon, David Bowie, Andy Warhol, Keith Haring, George Condo, Donald Baechler e molti altri artisti.
Winged Altarpiece, la più monumentale scultura in bronzo mai realizzata da Keith Haring, fu creata in edizione limitata con l’aiuto di Havadtoy. Qualche anno dopo, il Ludwig Museum di Budapest ricevette in dono dallo stesso Havadtoy questa rara opera per arricchire le sue collezioni permanenti.
Nel 1992 aprì la Galéria 56 a Budapest. Qui espose lavori di artisti quali Keith Haring, Andy Warhol, Agnes Martin, Cindy Sherman, Kiki Smith, Robert Mapplethorpe, Ross Bleckner, Donald Sultan, Donald Baechler, oltre alle opere del grande artista ungherese László Moholy-Nagy.
Dal 2000 è tornato a vivere in Europa; a Budapest e Szentendre, in Ungheria, e in Liguria.

(www.galeria56.hu)

Sam Havadtoy, Trilogy, 2016 © Gyorgy Darabos



Sam Havadtoy, Portrait of Mr. & Mrs. T., 2016 © Gyorgy Darabos



Venezia, Palazzo Bembo (Riva del Carbon 4793)

13 maggio – 26 novembre 2017

Opening: giovedì 11 e venerdì 12 maggio, dalle 18.00 alle 22.00.

Orari: da mercoledì a lunedì, 10-18 (chiuso il martedì)

Ingresso libero